Memoria, affettività e immaginazione: l’intelligenza delle emozioni nella retorica antica

Francesca Romana Nocchi

Abstract


Nel mondo antico l’utilità della memoria in ambito didattico era indiscussa: sia presso il grammaticus, sia presso il rhetor la recitazione mnemonica costituiva l’unico metodo di apprendimento, Quintiliano arriva addirittura a considerarla il sostrato di ogni disciplina. Essa era indispensabile soprattutto all’oratore, come dimostra lo sviluppo, eminentemente romano, della mnemotecnica. La sua applicazione, però, non riguarda solo l’organizzazione razionale dei ricordi, ma anche una lenta e graduale assimilazione delle emozioni. Le potenzialità mnestiche, infatti, si attivano solo se l’affettività opera in sinergia con l’intelletto. Il percorso di apprendimento del futuro oratore prevede anche l’introiezione di loci che siano prototipi di emozioni, e questo avviene soprattutto attraverso l’ausilio di modelli teatrali. Il declamatore, al momento della performance, mette in atto tutta una serie di tecniche non coscientemente, ma in modo meccanico, avendole assimilate con la memorizzazione e l’esercizio: esse non riguardano solo i contenuti, ma anche le modalità per veicolarli. Si giunge, allora, all’apparente paradosso per cui il discorso improvvisato si fonda sulla memoria, cui l’oratore attinge come a un serbatoio di emozioni e ricordi. In verità nella retorica latina molto poco è affidato all’estemporaneità, neppure i sentimenti; l’oratore deve essere in grado di realizzare un controllo intenzionale delle emozioni, cui giunge attraverso un processo di pianificazione e regolazione del discorso. Per questo si serve dell’immaginazione, la facoltà di riprodurre immagini mentali, grazie alle quali si immedesima nei fatti che racconta, apparendo sinceramente coinvolto. Memoria, emozioni e immaginazione cooperano, quindi, a determinare la circolarità delle emozioni e ad assicurare l’efficacia del discorso.

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ISSN 2035-391X