Engagement e stilizzazione. L'effetto Hemingway negli italiani a cavallo della Seconda Grande Guerra

Tommaso Pomilio

Abstract


Il mito di Hemingway, maturato presso gli ambienti più illuminati e critici della cultura italiana fin dagli anni del Fascismo ma affermandosi appieno negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, appare, fin dal tempo della sua prima ricezione, come la effettiva sineddoche – oltre che l'espressione maggiormente compiuta – del mito d'una letteratura (quella americana) caratterizzata da una “miracolosa immediatezza espressiva”, da un “nativo senso della terra e del reale” (Pavese, 1947), e da una insopprimibile e persino “cosmica” tensione libertaria in grado di tradursi nei modi di una “stilizzazione” aperta e autonoma e, non meno, modellizzante. Al punto che vi fu chi riassunse polemicamente (ma con una certa precisione) lo stile letterario della generazione neorealista come direttamente scaturito da una costola di Hemingway, in particolare da A Farewell to Arms, in quanto “cronaca autobiografica e quasi giornalistica elevata a livello lirico” (Moravia, 1991).Il saggio segue, nei suoi vari e a tratti controversi snodi critico-teorici non meno che politici, lo svolgersi di una storia per cui – per la generazione degli scrittori formatisi nei primi anni '40, grazie certo alla lotta partigiana ma ancor più forse all'apertura di orizzonti resa possibile dalla pubblicazione dell'antologia di rottura Americana, – l'impegno civile poté primariamente coincidere con la definizione di uno stile come “immagini e parola, scatto, piglio, stile, sprezzatura, sfida” (Calvino, 1964), che gli scrittori italiani svilupparono, ciascuno secondo le proprie “inflessioni individuali”, facendo propria la lezione americana di Ernest Hemingway.  

 


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DOI: https://doi.org/10.13133/2532-1994_3.3_2019

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Novecento transnazionale. Letterature, arti e culture / Transnational 20th Century. Literatures, Arts and Cultures
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