Anthropology's contribution to understanding development

Harold K. Schneider

Abstract


In questo saggio Schneider espone dettagliatamente alcune generalizzazioni da lui sviluppate nel corso di un interesse più che decennale ai problemi dello sviluppo. Il suo scopo è mostrare come il modo di considerare e di affrontare lo sviluppo differenzi l’antropologo dall’economista o dal teorico dello svililppo, essendo diverso il tipo di esperienze e di “coinvolgimento” con le realtà e le situazioni su cui si vuole intervenire.

Fra le dieci generalizzazioni proposte dall’autore possiamo distinguere quelle che mirano ad evidenziare il “comportamento economico” delle popolazioni del Terzo Mondo nel loro sistema di vita tradizionale, e quelle che riguardano alcune caratteristiche dei piani di sviluppo finora adottati e le loro conseguenze sul sistema sociale e culturale delle popolazioni “beneficiarie” degli interventi.

Dal primo gruppo emerge la considerazione che l’uomo del Terzo Mondo è al pari di noi homo oeconomicus e come tale dimostra capacita di decision-maker, cioé valuta varie e reali possibilità e sceglie quelle che gli permetteranno di migliorare i profitti.

L’applicabilità di concetti presi dall’economia neo-classica a realtà etnografiche è stata dimostrata proprio dall’evidenza empirica del comportamento razionale delle popolazioni su cui l’autore ha lavorato a lungo. L’esperienza antropologica ha inoltre contribuito a eliminare il pregiudizio che le popolazioni del Terzo Mondo siano orientate alla produzione unicamente per la sussistenza. Oggi è chiaro che questa gente non produce solo per il sostentamento, ma per ricavare un profitto. Un esempio a riguardo ci è offerto dai Turu del Tanganyika studiati da Schneider nel 1959-60. I Turu considerano il bestiame da loro allevato deposito di valore ed aspirano ad avere mandrie sempre più numerose per poter migliorare la loro posizione e aumentare il loro potere nellla società. Per raggiungere un tale obiettivo prima regola da seguire è sposarsi. Alla moglie infatti compete la produzione di grano e più ne produce più aumenta la quantita da immagazzinare e conservare per i periodi di siccità. Un grosso surplus di grano permetterà di ottenere bestiame a basso prezzo. I piu ricchi allevatori infatti, avendo investito poco nella produzione di grano in tempi normali, quando capitano anni di siccità sono costretti a vendere bestiame a prezzi ridotti per ottenere il grano necessario.

L’orientamento al profitto è quindi presente nelle attivita di gestione e produzione delle genti del Terzo Mondo. Il suo riconoscimento, come aspetto importante del loro comportamento economico, comporta una necessaria revisione dei principali obiettivi dei progetti sviluppo, fino ad oggi miranti soprattutto ad aumentare la produzione di cibo per migliorare l'alimentazione.

Altra generalizzazione, implicita in quanto detto sopra, è che questa gente è motivata ad ottenere potere. È errato quindi considerare queste societa statiche ed il loro ordinamento del potere una rigida tradizione mantenuta dal sistema sociale.

Fra i Tiv della Nigeria nel 1920, come riporta la Mead (1955), gli uomini più giovani trovarono un immediato vantaggio dalla situazione creatasi dalla abolizione, da parte del governo coloniale britannico, del tipo tradizionale di matrimonio per scambio delle “sorelle” da cui dipendcvano il potere e l’alta posizione degli uomini piu vecchi. I giovani poterono procurarsi mogli attraverso i normali compensi (bridewealth), minacciando seriamente il potere degli anziani che avevano invece un controllo assoluto sugli scambi tradizionali.

Questo ed altri casi citati da Schneider mostrano che quando si presentano particolari situazioni alcune sezioni della popolazione cercano di sfruttarle a loro vantaggio per ottenere potere a scapito di altri, provocando modificazioni nel sistema sociale. La constatata frequenza del fenomeno nega inoltre la possibilità di reputarlo “eccezionale”.

Altri preconcetti devono essere abbattuti, come quello di ritenere che la gente del Terzo Mondo necessariamente debba essere guidata o indirizzata nelle scelte di sviluppo. Questa gente ha invece dimostrato di essere capace di realizzare per proprio conto forme concrete ed utili di sviluppo. Ne sono un esempio l’industria del cacao creata in Ghana dagli Akwapim e quella del caffé ad opera dei Chagga in Tanzania che si rivelarono le iniziative più vantaggiose per i rispettivi paesi al tempo dell’indipendenza.

Un caso particolarmente interessante e quello dei Teso dell’Uganda che iniziarono a coltivare il cotone all’inizio del secolo su pressione del governo coloniale britannico. Sebbene il cotone fosse in competizione con il miglio, loro prodotto tradizionale, il piano non fallì. I Teso infatti seppero integrare la coltivazione del cotone con il loro sistema di produzione di miglio, arrivando ad ottenere un notevole profitto da entrambi. L’aumentata quantità di miglio prodotto permise loro sia di venderlo sia di usarlo per fare birra. Inoltre, resistendo ai tentativi del governo di aumentare la produzione del cotone, mantennero con profitto le loro mandrie e i loro tradizionali sistemi di gestione.

Dal secondo gruppo di generalizzazioni proposte da Schneider, emergono due considerazioni: la prima riguarda il carattere etnocentrico della maggior parte dei programmi di sviluppo, l’altra l'impossibilita di raggiungere uno sviluppo con “equità”.

Sarà sufficiente riportare il caso dei Somali dell’Africa orientale per chiarire la sua prima valutazione. Questa gente è fra le popolazioni africane allevatrici di cammelli quella che ne possiede di più. Questo fatto ed un confronto con gli agricoltori, ritenuti meno ricchi, hanno creato nei Somali una sensazione di benessere economico ed una alta considerazione del loro bene rimario, i cammelli. Lo sviluppo dal loro punto di vista consisterehbe solo in un aumento del numero dei capi per persona. I teorici dello sviluppo invece, attribuendo un valore economico molto basso ai cammelli per i quali non esiste un mercato mondiale, considerano i Somali uno dei popoli più poveri della terra. Le loro proposte di sviluppo quindi consistono nel sostituire l’allevamento dei cammelli con l’agricoltura e la pesca, i cui prodotti hanno un mercato mondiale. Ma nessun Somalo vede in questa sostituzione una soluzione “razionale” per il proprio sviluppo.

I piani di sviluppo hanno per Schneider anche un carattere dottrinario poiché, gasandosi in minima parte su una valutazione obiettiva dei fatti, sono dettati soprattutto dall’ideologia di chi è addetto alla loro programmazione. Per esempio il piano proposto per l’area Mbeere in Kenya che mira a individualizzare il possesso della terra, é solo in apparenza un tentativo di scongiurare il degrado dell’ambiente attraverso la creazione di una più responsabile agricoltura. In realta è l’espressione dell’idea inconscia che la privatizzazione e lottizzazione della terra costituiscano un buon sistema poichè è il sistema usato in Europa ed in America. Altro esempio è la sostituzione in Burkina Faso della produzione della birra che costituiva una importante fonte di reddito, con l’industria del cotone che rende meno ma che ha una migliore reputazione.

La seconda considerazione riguarda l’impossibilità di raggiungere uno sviluppo equo. Ad essa Schneider arriva partendo dal presupposto che lo sviluppo è un processo politico o sociale. Ciò significa che quando per intervento del governo o delle nazioni interessate allo sviluppo del Terzo Mondo, vengono introdotte nuove o più avanzate tecnologie, oppure nuove forme di produzione, o innovazioni nella gestione ed uso delle risorse, si verificano fenomeni di polarizzazione sociale. Un esempio: in Kenya per disposizioni governative i Tugen, agricoltori, hanno interrotto il loro legame commerciale con gli Il Chamus, popolazione prevalentemente pastorale. Questi ultimi allora hanno cercato di incrementare la loro produzione agricola intensificando l’irrigazione. Ma solo i più ricchi hanno potuto accaparrarsi le poche aree irrigabili. Ora questi hanno il controllo sulle provviste di grano e possono aumentare ancora le loro mandrie vendendo grano ai più poveri della loro gente.

Quindi poichè lo sviluppo è spesso accompagnato da polarizzazione sociale non si potrà raggiungere uno sviluppo equo. È meglio allora puntare all'equità o allo sviluppo?

Nel Punjab in India l’introduzione di una nuova specie di grano a più alto rendimento contribuì a risolvere in parte i problemi alimentari del paese nel 1970, ma contribuì anche ad aumentare la ricchezza di chi, già più ricco di altri, possedeva un numero di acri tale da permettergli di sostenere le spese che il nuovo prodotto comportava. Una situazione opposta si è verificata in Tanzania che ha seguito la via dell’equità. Il denaro destinato allo sviluppo del paese è stato infatti usato soprattutto per migliorare i servizi legati alla salute e all’educazione, mentre sono stati trascurati investimenti per attività produttive. Ciò ha impedito una polarizzazione sociale ma anche un vero sviluppo del paese.

Per Schneider, una risposta a quale delle due vie sia più saggio seguire è suggerita dalla previsione degli effetti dell’una e dell’altra a lungo termine.


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