La normalità, malgrado tutto: crisi e moralità quotidiana a Kampala

Anna Baral

Abstract


Riassunto
La storia del mercato di Kisekka, a Kampala, è stata narrata prevalentemente attraverso una cronologia di eventi violenti. Un luogo “in crisi”, metonimia della capitale postcoloniale in cui era collocato, Kisekka era immediatamente collegato nell’immaginario urbano a rivolte, a scontri e alla reputazione dei “cattivi ragazzi” (bayaaye) che vi lavoravano. L’articolo propone di spostare il focus etnografico dalle rivolte come «eventi critici» (Das 1995) al tempo che intercorre fra essi e in cui essi sono contestualizzati. Al centro dell’analisi vi sono la dimensione del quotidiano e le pratiche attraverso cui i lavoratori di Kisekka convalidavano la propria moralità e mantenevano il controllo sulla propria vita e sul mercato. È nei tempi e negli spazi “di mezzo”, che sfuggono agli sguardi dei mass media, che la vita scorre piena di significato, offrendo rassicuranti continuità a dispetto del caos e della precarietà della città. Negli interstizi inesplorati fra i grandi eventi e nelle zone grigie navigate ogni giorno dai lavoratori informali, l’esperienza urbana appare diversa da quanto raccontato dai mass media. Considerando l’etica ordinaria (Lambek 2010) di cui la quotidianità è espressione, il testo propone una narrazione diversa di un mercato urbano e, per estensione, di una città africana.

Normality, despite everything: crisis and everyday morality in Kampala
The history of Kisekka Market, in Kampala, has been narrated mainly through a series of violent events. A place “in a crisis”, metonymic of the postcolonial capital in which it was located, Kisekka was automatically associated to revolts and riots, and to the “bad guys” (bayaaye) working within it. The article suggests to shift the ethnographic focus from riots as «critical events» (Das 1995) to the time between them, and in which events are contextualized. The analysis focuses on the everyday and on the practices through which Kisekka workers validated their own morality and maintained control on their own lives and on the market. It is in the “in between” times and spaces, hidden to the media’s attention, that life flows full of meaning, providing reassuring continuity despite urban chaos and precariousness. In the unexplored interstices between events, in the gray zones navigated daily by informal workers, urban life appears different from the picture provided by the media. Paying attention to the ordinary ethics (Lambeck 2010) performed in the everyday, the article provides a different narrative on an urban market but also, by extension, on an African city.


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