Tempi straordinari, vite ordinarie: l’esperienza dei rifugiati congolesi a Kampala, tra norme religiose e tattiche quotidiane

Alessandro Gusman

Abstract


Riassunto
Circa 40.000 rifugiati e richiedenti asilo congolesi vivono a Kampala, capitale dell’Uganda. Si tratta in prevalenza di una popolazione giovane, che “naviga” la vita urbana ricevendo scarsa o nessuna assistenza dallo stato  ugandese e dalle organizzazioni internazionali. Nonostante l’immagine sovente spettacolarizzata dei processi migratori e dei campi per i rifugiati, molti giovani congolesi conducono a Kampala una vita che si può definire  ordinaria, fatta di relazioni ricostruite nel nuovo contesto e di tattiche volte ad assicurarsi la sopravvivenza. In questo quadro, l’intreccio tra pratiche del quotidiano e religione è spesso stretto. Partendo da queste considerazioni,  l’articolo si focalizza sull’esperienza quotidiana dei rifugiati congolesi nel popoloso slum di Katwe, analizzando le interazioni complesse che essi  stabiliscono con la sfera religiosa. Da un lato, questa viene utilizzata per delineare un orizzonte di riferimento volto a spiegare la condizione di  rifugiati; dall’altro, viene manovrata per costruirsi una reputazione nella comunità congolese di Kampala e ottenere mobilità sociale in un contesto generale di immobilità e di incertezza. L’articolo esplora queste tematiche  attraverso un approccio influenzato dai recenti sviluppi di una riflessione attorno alle nozioni di «ordinary ethics» e di «lived religion» in  antropologia; a questo fine, si concentra in particolare sulle ambigue relazioni che si costituiscono tra i «grandi schemi» del discorso pentecostale (per es., la costruzione del soggetto morale attraverso le norme che definiscono il “buon cristiano”) e le pratiche quotidiane e la vita ordinaria dei rifugiati a Kampala.

 

Extraordinary Times, Ordinary Lives: The experience of Congolese refugees in Kampala, between religious norms and everyday tactics
About 40,000 Congolese refugees and asylum seekers live in Kampala, the capital city of Uganda. This is mostly a young population, who navigate  urban life with limited or no assistance from the Ugandan government and from international organizations. Despite the often spectacularized image of migratory processes and of refugee camps, many young Congolese live in Kampala what could be defined as an «ordinary» life, based on social  relationships built in the new context and of tactics aimed at earning a  living. In this context, the link between daily practices and religion is often a close one. Starting from these considerations, the article focuses on the  everyday experience of Congolese refugees in the slum of Katwe, analyzing the complex interactions they establish with the religious sphere. On the one hand, religion helps in defining a frame of reference to explain the condition of refugee; on the other hand, it is maneuvered to build one’s  reputation within the Congolese community in Kampala, and to obtain a  certain degree of social mobility in a context of immobility and uncertainty.
The article explores these topics through an approach inspired by recent anthropological reflections around the ideas of «ordinary ethics» and of «lived religion»; to this aim, it focuses especially on the ambiguous  relationships that exist among religious «grand schemes» in the Pentecostal discourse (i.e. the construction of the moral subject through the norms that define the “good Christian”) and the everyday practices and ordinary lives refugees live in Kampala.


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