Io, gli altri, il mondo. Incontri, empatia e relazioni in un manicomio criminale

Luigiovanni Quarta

Abstract


Riassunto

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) sono stati indubbiamente mondi sociali attraversati da sofferenza e silenzio. Sarebbe però affrettato immaginare questa come l’intera cifra di quei luoghi. Essi, infatti, sono micro-cosmi sociali costruiti pazientemente da tutti i soggetti che li abitano e che si muovono lungo molteplici (e spesso impensabili) direttrici. Vorrei porre l’accento, allora, su una dimensione istituzionale non sempre valorizzata, ovvero quella dell’incontro tra soggetti che, nell’articolazione pratica della loro quotidianità, trasfigurano l’OPG, attraverso varie modalità relazionali, rendendolo uno spazio esistenziale originale e plastico, anche quando sofferto. Ciò che mi interessa mostrare è che i momenti apparentemente più insignificanti – piccoli incontri informali, interazioni quotidiane, pratiche ordinarie di vita – sono strutturati dal costante esercizio etico dei soggetti che su quel palcoscenico interrogano sé stessi e i propri Altri, mettendo a tema la propria esistenza in quanto soggetti storici e “costruendo” i propri orizzonti morali e la propria presenza. Come si vedrà, ciò che resta dell’istituzione è un fascio (o una molteplicità di fasci) di relazioni che non hanno direzioni prestabilite e che sono funzione delle scelte valoriali e della produzione di codici morali locali mai dati a priori ma edificati attraverso la pratica comunitaria e intersoggettiva.

I, the Others, the World.
Encounters, Empathy and Relationships in a High Security Hospital.

The Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) were social worlds undoubtedly crossed by suffering and silence. However, we could do a mistake in interpreting these social spaces only in this way. They are microcosmos, patiently built from all the subjects who inhabit them and move along a multiplicity of (inconceivable) directions. I want to focus my attention on a different nuance of relations: the encounter with the Other as a practical articulation of own everyday life that transfigures the whole OPG through different ways of relationship. The OPG becomes an original and plastic space, even if suffered. The moments apparently insignificants – little informal encounters, everyday interactions, ordinary life’s practices – are structured by a permanent subjects’ ethical practices questioning about themselves and the Others, concentrating on their own historical existence and “building” their own moral horizons and presence. What the institution is going to become is a beam (or a multiplicity of beams) of relations, that have not fixed directions. These relations are function of value choices and of the production of no apriori local moral codes, constructed by a common and intersubjective practice.


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